Sistema lavorativo e pensionistico

LAVORARE MENO, MEGLIO E TUTTI; DOPO ANNI DI FATICA E SUDORE AVERE UNA PENSIONE “DIGNITOSA” È IL MINIMO

Le vere emergenze di questo Paese. Il lavoro che manca (soprattutto tra i giovani), il lavoro mal retribuito, le scarse tutele, la maggior parte delle pensioni che sono sotto i 1000 euro. Piaghe sociali che nessuno ormai da tanto tempo ha affrontato in maniera seria e strutturale, riformando sempre separatamente i due sistemi chiamati in causa; quello del lavoro e quello delle pensioni. Lo smantellamento progressivo di questi sistemi attraverso varie riforme, come Jobs act e legge Fornero, ha portato solo un beneficio: il risparmio dei costi. Nessuna riforma che ridesse dignità a lavoratori e pensionati, sia in termini di diritti che in termini economici.
Per questo proponiamo un intervento di misure che riaffermi il ruolo centrale di pensionati e lavoratori, che non devono essere più considerati solo numeri, ma persone in carne e ossa con una propria storia alle spalle, che nella maggior parte dei casi è piena di difficoltà.
Partiamo innanzi tutto dal principio che non è più accettabile che chi lavora oggi è ugualmente povero, facendo molta fatica ad arrivare a fine mese. Se prima il problema era solo la disoccupazione, adesso è anche il graduale impoverimento di chi lavora. Condizione non più accettabile. Crediamo fortemente nell’affermazione nel lavoro e del lavoro, non solo come fonte di reddito per il singolo, ma anche come luogo di realizzazione personale, utilità e di dignità dell’individuo.
Partendo dalla fascia più giovane (la percentuale più alta di disoccupati in Europa se non consideriamo la Grecia, visto le problematiche che sta affrontando e di cui tutti siamo a conoscenza), ipotizziamo per i lavoratori sotto i 30 anni al primo impiego lavorativo, una divisione della retribuzione a metà tra datore di lavoro e Stato, con una progressiva diminuzione della contribuzione da parte di quest’ultimo nel corso del tempo.
Per i lavoratori di tutte le fasce d’età e di tutte le categorie ipotizziamo anche di portare l’orario lavoro da 8 a 6 ore giornaliere, con la previsione di 4 turni lavorativi (ipotizzando la chiusura la domenica dei centri commerciali e dei negozi), e nel contempo l’abbassamento dell’aliquota imponibile in modo che lavorando meno si abbia lo stesso stipendio e si incrementino i posti lavoro. Si ritiene che siano da rivedere i vari tipi di contratto all’interno delle cooperative.

Si deve procedere a una netta riforma e semplificazione dei contratti a tempo determinato, reintroducendo forme di apprendistato agevolato, per incrementare e tutelare la qualità del lavoro che ha sempre fatto la differenza tra il nostro Paese e gli altri concorrenti sul mercato. Per quanto riguarda le assunzioni a tempo indeterminato crediamo si debba agire sull’abbassamento del cuneo fiscale, tra i più alti d’Europa.
In Italia negli ultimi anni abbiamo avuto una diminuzione importante del potere d’acquisto dei ceti medi e medi bassi, tutto ciò dovuto a un quasi totale azzeramento dell’aumento della base retributiva dei contratti collettivi.
Nel nostro paese un lavoratore comune a 8 ore ha una base di circa 1200/1300 € al mese, cifra che per una famiglia composta anche solo di un figlio, è necessaria solo a coprire le spese minime, protraendo ogni mese la corsa per sopravvivere.
Nonostante quella sopra descritta sia la realtà per milioni di famiglie Italiane, al momento non è stata studiata una misura che aiuti in maniera importante le fasce più deboli dei lavoratori. Intanto per cominciare, noi di Orizzonte chiediamo subito una ricontrattazione al rialzo degli attuali contratti collettivi, molti di essi ancora ancorati ad accordi del primo decennio degli anni 2000, urgentissimi da ridiscutere dato il cambiamento della società e del lavoro avvenuto negli ultimi anni.
Ogni azienda con utili in crescita non potrà licenziare, tranne per casi disciplinari, i propri dipendenti, anzi dovrà esserci l’obbligo di poter assumere una persona a tempo solo a seguito di una trasformazione a indeterminato di un altro dipendente.
Mentre dal piano economico, deve essere garantito a ogni lavoratore oltre che uno stipendio dignitoso, minimo 7.50€ netti l’ora, un assegno per sopperire a eventuali spese abitative (l’ammontare sarà di minimo il 30% della rata mensile di affitto/mutuo) e un reale contributo a chi ha famiglia a proprio carico, con un importo che vari in base all’età e quindi alle esigenze del figlio, estinguendosi solo quando quest’ultimo avrà un contratto lavorativo della durata di almeno 1 anno.
Importante specificare che tali contributi dovranno essere erogati anche alle partite Iva al di sotto dei 40000 di ricavi/compensi.
Allo stato attuale delle cose noi di Orizzonte crediamo che queste proposte siano solo l’inizio per iniziare un’inversione di rotta rispetto alle scelte politiche del passato (favorevoli solo per pochi), perché è arrivato il momento di tornare a pensare a chi per vivere deve lavorare.
Non solo il privato, ma anche il pubblico (lo Stato) deve essere motore diretto per la ripresa del lavoro in Italia. Pensiamo ad un piano di investimenti pubblici per far sbloccare piccole e grandi opere utili per il Paese che consentano di aumentare i posti di lavoro. Non ci riferiamo certo ad opere annunciate solo a fini propagandistici, come il ponte di Messina, opera inutile se si pensa alle condizioni di viabilità sia stradale che ferroviaria della Sicilia e della Calabria.
Ma non si vive di sola industria. Pensiamo all’immenso patrimonio artistico, culturale e ambientale di cui dispone il nostro territorio. Il turismo deve essere un settore da potenziare investendo mezzi e competenze necessari, per aumentare posti di lavoro e contemporaneamente potenziare quelle zone magnifiche del nostro Paese (in particolare nel sud Italia) sprovviste di quelle strutture idonee a trasformale in zone turistiche di prima fascia.
Dopo l’abrogazione di varie leggi contenute nello Statuto dei lavoratori che prevedevano particolari tutele a favore dei lavoratori dipendenti (ad es. l’art 18), crediamo che debbano essere reinserite, guardando al contesto attuale, forme di tutela che rendano meno precario e incerto il proprio posto di lavoro, prevedendo inoltre una vera parificazione salariale tra uomo e donna che ricoprono lo stesso ruolo e la verifica dei lavori effettivamente usuranti, in quanto a nostro avviso, l’elenco risulta incompleto. Si ritiene sia importante uniformare diritti e tutele delle categorie “deboli” (svantaggiate, protette, ecc.) nei contratti del settore privato.

Per quanto riguarda gli aspiranti professionisti (avvocati, commercialisti, ingegneri, geologi, ecc.), crediamo si debba arrivare all’abolizione degli esami per accedere agli albi professionali, diventate ormai vere e proprie barriere all’ingresso nel mondo delle professioni, non svolgendo più quel ruolo di certificazione di professionalità dell’individuo. Con una riforma del ciclo universitario, che preveda più esperienza sul campo rispetto alle ore studiate, pensiamo si possa tranquillamente sopperire all’eliminazione di esami di stato e tirocini post laurea, diminuendo in maniera notevole il tempo che deve trascorrere tra uscita dal mondo universitario e l’inizio dello svolgimento della professione.

Per quanto riguarda la riforma del sistema pensionistico, riteniamo doveroso, in virtù dei bassi stipendi e salari che attualmente vengono elargiti, ritornare al calcolo dell’assegno pensionistico con il sistema retributivo, se non vogliamo che tra qualche decennio la media delle pensioni percepite sia ancora più bassa di quella attuale. I fondi per fare questo ci sono, basta volerlo fare, spendendo meglio le risorse a nostra disposizione e tagliando capitoli di spesa che non sono utili alla vita dei cittadini.
L’età per andare in pensione nel nostro Paese è troppo elevata. Siamo passati bruscamente da essere quelli più “privilegiati” a quelli che in Europa vanno in pensione più tardi. Pensiamo che si possa diminuire il numero di anni necessari per andare in pensione, prevedendo una flessibilità nell’orario di lavoro per il lavoratore all’avvicinamento dei requisiti per andare in pensione; affiancandolo magari da qualcun altro che possa essere formato e prenda il suo posto al momento del suo pensionamento. I lavoratori che svolgono lavori usuranti devono usufruire di particolari regimi per andare in pensione prima.
Basta con il cumulo pensionistico. Chi prende più pensioni dovrà ricevere solamente la più grossa, il resto verrà riutilizzato per finanziare le altre pensioni. In un momento così non si può pensare che ci siano pensionati che complessivamente guadagnano 120.000 euro il mese e chi invece a fatica ne percepisce una da 600 euro. Inoltre le pensioni di importo rilevante, durante questo difficile passaggio finanziario che stiamo affrontando, dovrebbero versare un piccolo contributo di solidarietà.
Visto la scarsa consistenza degli assegni pensionistici, crediamo che chi utilizza i fondi complementari per accrescere il proprio reddito pensionistico, non debba essere più tassato, in quanto i fondi complementari non vanno più intesi come rendita finanziaria; ma bensì come forma di sopravvivenza, vista la condizione attuale.
Infine, crediamo che anche da una ristrutturazione organizzativa dell’Inps e delle sue competenze, possono arrivare finanze utili per gli attuali e futuri pensionati. È necessario che l’INPS ritorni ad occuparsi esclusivamente del comparto previdenziale (quindi tutto ciò che ha a che fare con le pensioni), mentre lo Stato si deve riappropriare della competenza in campo assistenziale, che tutt’ora è tra le mansioni dell’istituto previdenziale. Così facendo si utilizzano i contributi versati al pagamento di questioni che coinvolgono tutta la nostra comunità, aggravando la situazione previdenziale. Crediamo che da un ritorno allo Stato della competenza assistenziale si possa raccogliere ulteriori risorse per pensare ad un aumento delle pensioni minime.

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